Rosamond Carr: la signora che ha cambiato il mondo

Raccontare della stupenda signora Carr non oso perché non saprei di cosa parlo.
Mi “limito” a riportare il capitoletto che la riguarda tratto dal magnifico “Luna Park Rwanda” di “Ciko”
(NB: il libro da cui è tratto questo articolo è stato pubblicato nel 2000 e la signora Carr è morta, 94enne, nel 2006):

La signora che ha cambiato il mondo
9 maggio 1998

C’è una casa, in riva al lago, che un po’ cadente ma che ha un giardino squisitamente curato e fiorito.
A volte, percorrendo la strada che passa accanto la proprietà, si può vedere una signora anziana che accanto a due giardinieri recide fiori, raccoglie foglie secche, estirpa erbacce.
La vecchia signora si chiama Rosamond Carr, ma per tutti in Rwanda lei è semplicemente Madame Carr, l’americana.
E’ una donna di un’energia e una gentilezza formidabili, una donna che sola contro tutti, nel suo piccolo, ha cambiato il mondo.
Arrivò in Rwanda nel 1955, lasciandosi alle spalle degli Stati Uniti d’America e mille comodità.
Scelse il Rwanda perché qui i fiori sbocciano tutto l’anno senza rispettare i ritmi delle stagioni…
Andò in Africa dicendosi che in ogni caso sarebbe riuscita a superare le difficoltà vendendo i propri fiori, se fosse stato necessario, e per un certo periodo lo fece. Andava al mercato con i suoi meravigliosi mazzi di fiori colorati, percorreva la strada accanto alle donne che scendevano in città per vendere patate e manioca. Era strano per loro, abituate al commercio di beni necessari per la sopravvivenza, immaginare che questa piccola americana vendesse dei fiori, più di una volta le chiesero…” ma lei, i fiori, li mangia?”

Nel 1994 nella patria di gorilla, incominciò il sanguinoso gioco che condusse al massacro di milioni di persone e che costringe Madame Carr ad emigrare verso il Nord America.
“Rimasi negli Stati Uniti fino alla fine dell’estate – racconta la donna con gli occhi ancora lucidi – aspettando che le cose si calmasse un po’. Non facevo che guardare la televisione. Corpi morti, bambini abbandonati e raccolti in approssimativi centri d’accoglienza e soccorso a soli 15 km da casa mia. Quella che vedevo nella televisione era la mia terra, la mia gente…”
Madame Carr non ha mai avuto figli, ma ne desiderava addirittura sei. Le immagini rwandesi, in cui bambini orfani, ferite ed abbandonati erano una costante, la spinsero a cambiare vita.
Nel 1994 il suo viso era già coperto di rughe, di una saggezza di una semplicità che solo il tempo insegnano ad avere.
Tornò a Gisenyi e rintracciò i suoi domestici, i suoi giardinieri, i suoi collaboratori che nel frattempo si erano rifugiati in quello che allora si chiamava Zaire. Comunicò loro che avrebbe voluto prendersi cura degli orfani e che le serviva il loro aiuto.
Oggi Madame Carr è la “mamma” di 93 bambini. Dopo essere stata sfrattata da una parrocchia cattolica che al posto del suo orfanotrofio ha preferito una scuola professionale, a pagamento, Madame Carr si è trasferita in un altro stabile nei pressi dell’aeroporto dove continua, con la sua solita tenacia, il delicato lavoro di sempre.
“Ai bambini – racconta con un sorriso luminoso – serve soprattutto amore, e noi tutti siamo chiamati a darne…”
Il piccolo miracolo di Madame Carr funziona quasi senza personale. 13 donne ed un amministratore lavorano per lei. Gli stipendi che riesce a pagare sono dignitosi ma modesti, e d’altra parte nel suo staff nessuno chiede di più, lo sanno tutti che lei non economizza su niente, ogni dollaro in più e per i bambini.
Nell’aria fredda di questa mattina, i vulcani di Goma sono alti e fieri come mai.
Spinte dal bisogno, le stesse donne che anni fa ridevano dei fiori della piccola americana, percorrono ancora con le loro patate la strada che conduce al mercato.
Madame Carr è nel suo giardino, con lei c’è Dominique, un bambino di sette anni che qualcuno ha accompagnato da lei questa mattina. Sulla maglietta che gli è stata regalata dopo averlo lavato e nutrito c’è scritto “uomo senza frontiere”, ma lui è solo un bambino, un bambino malnutrito, un bambino condannato dal Rwanda. Gli orfanotrofi statali lo hanno rifiutato, un’organizzazione internazionale lo ha tolto dalla strada e lo ha presentato a Madame Carr. La piccola americana che ama fiori e bambini lo ha invece semplicemente abbracciato.
Dominique è oggi il novantatreesimo bambino dell’orfanotrofio di Madame Carr.
“La famiglia aumenta di giorno in giorno, e finché c’è spazio, finché c’è modo, io non me la sento di dire no”.
Lasciamo Madame Carr ai suoi bambini e al suo giardino, allontanandoci un po’ imbarazzati dentro ad una grande Toyota bianca.
Ci sentiamo un po’ ridicoli in questo momento, noi pieni delle nostre certezze occidentali, ma completamente legati, profondamente impotenti… eppure non è difficile cambiare il mondo… Lei, ricca solo dei suoi fiori e di un amore che non si può imparare ad avere, con tutta modestia e con estrema tenacia, lo ha cambiato, e lo cambia ogni giorno.
Quella di Madame Carr sembra una bella favola, ma è la realtà.
E la verità, come spesso accade, costa più di quanto sembri.
L’orfanotrofio della piccola americana dalle energie di un vulcano, è sostenuto dal Programma Alimentare Mondiale, che fornisce il cibo, e da offerte spontanee per l’affitto dell’immobile, le spese di funzionamento, di manutenzione ecc.
Nonostante i disordini dell’estate 1998, in seguito ai quali la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) dichiarò guerra al Rwanda, e nonostante l’ambasciata americana ed alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali la spinsero ad evacuare per porre in salvo la propria esistenza, la piccola americana non ha più accettato di andarsene da quella che considera la sua terra.
Nonostante i consigli, le minacce e la paura lei è rimasta con i suoi bambini dimostrando che la presenza a volte vale più di qualunque altra cosa.
Madame Carr non chiede nulla, la sua dignità è troppo grande per domandare denaro, ma noi sappiamo che è una donna onesta e che per gestire una casa che ospita quasi 100 orfani servono quattrini. Noi le crediamo.
Se qualcun altro ha fiducia in lei e se la sente di dare una mano, siamo certi che il mondo continuerà a cambiare.

Banque de Kigali, bureau de Gisenyi
c/c 040-602826-70
intestato a “M. Rosemunde Carr – Orphelinat IMBABAZI Gisenyi”

Per scriverle: M. Carr, BP 98, Gisenyi – Rwanda

Rosamunda ha anche pubblicato nel 1999 un libro: “Land of a Thousand Hills: my Life in Rwanda

Severn Suzuki

Severn Suzuki è una attivista Canadese, nel 1992 a 12 anni, tenne un discorso durante il Vertice della Terra a Rio de Janeiro per sensibilizzare i “potenti” sui problemi ambientali. L’anno dopo fu insignita dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente del Global 500 Roll of  Honour, niente male per una “bambina”, forse un po’ pilotata ma comunque notevole.

Slovacchia: bambini rom senza istruzione!

Denuncia di Amnesty International

Migliaia bambine e bambini rom in Slovacchia non ricevono la stessa istruzione dei loro coetanei non rom, perché vengono inseriti in classi e scuole per alunni con “lievi disabilità mentali”, anche se non hanno bisogno di un’assistenza o di un sostegno speciale, o perché vengono segregati per ragioni etniche all’interno di scuole e classi ordinarie.
I numeri di questa segregazione sono allarmanti. Pur rappresentando il 10 per cento della popolazione slovacca, i rom sono oltre il 60 per cento degli alunni delle scuole speciali. Questa percentuale sale al 75 per cento nelle regioni con un elevato numero di persone rom. Nelle classi speciali i rom sono l’85 per cento degli alunni.

Le cause di questa ingiustizia sono diverse: dalla discriminazione di genitori che non vogliono rom nelle stesse classi dei loro figli, all’incapacità degli insegnanti di comprendere i bisogni di bambini che provengono da un ambiente sociale ed etnico diverso, fino alle criticità della legislazione slovacca che, per determinare eventuali difficoltà di apprendimento, mette in un’unica categoria svantaggio sociale e disabilità mentale.

Questo comporta che i bambini rom siano classificati come aventi “difficoltà di apprendimento” e assegnati a scuole o classi speciali dove ricevono un’istruzione di qualità inferiore.  Separati dagli altri alunni, penalizzati dalla carenza di strutture e di materiali didattici, sempre discriminati, questi bambini rischiano di non avere un futuro. Privati delle stesse opportunità dei loro coetanei, non parteciperanno alla vita sociale e non potranno uscire dl circolo vizioso di povertà ed emarginazione in cui sono intrappolati.

Nonostante alcune misure adottate, il governo slovacco deve fare ancora molto per combattere la segregazione nell’istruzione. Amnesty International ha lanciato un appello alle autorità affinché ogni bambino abbia un’istruzione senza discriminazione. E per liberare il futuro dei loro coetanei in Slovacchia, si stanno attivando anche bambini dai 9 ai 13 anni.
Le firme raccolte saranno consegnate alle autorità slovacche, in occasione della Giornata mondiale dei diritti dei minori, che celebra il 21° anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

link all’articolo originale

TripAdvisor.com: una gigantesca guida turistica web

TripAdvisor è probabilmente il più grande sito web di recensioni e consigli turistici.
Chiunque può scrivere e pubblicare una recensione, un consiglio o una critica su soggetti di interesse turistico.
Nasce nel 2000 ed ora è veramente cresciuta.
Può aiutare nei viaggi e nelle vacanze per farsi un’idea preventiva sulle caratteristiche, pregi e difetti di attrazioni turistiche, servizi, hotel, ristoranti, musei etc…basta selezionare dalla mappa a sx la località desiderata… 🙂

Discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford

Steve Jobs è uno dei due creatori di Macintosh e presidente della Apple, questo il suo discorso ad alcuni neolaureati di una delle migliori università del mondo:

Class Action inutilizzabili in Europa

A dirlo è Viviane Reeding in persona, commissaria UE Giustizia e Libertà civile, che ha addotto a motivazione della decisione l’ attuale crisi economica. Un annuncio che ha causato un terremoto nel mondo dei consumatori, che aspettano da più di 15 anni una legislazione di risarcimento collettivo a livello comunitario. La class action è considerata lo spauracchio delle grandi aziende perché in grado di metterle sullo stesso piano dei singoli cittadini davanti ad una corte di tribunale.

Negli Stati Uniti d’ America, dove la class action è in vigore dal 1965, migliaia di cittadini hanno ottenuto risarcimenti milionari da multinazionali come General Motors, Chevrolet Corvait, Ford e Philip Morris.
Proprio alcuni rappresentati dell’ industria statunitense, secondo quanto riferito dalla Reeding, hanno sconsigliato alla Commissione di introdurre una simile legislazione in Europa in tempo di crisi, pena la contrazione degli investimenti nel vecchio continente.
Pessima la reazione dei consumatori che hanno parlato di «illegittima intromissione statunitense».
Monique Goyens, direttore generale Beuc (The European Consumers’ Organisation), ha mandato una lettera di protesta alla Reding e al presidente della Commissione Barroso, ricordando che «la stessa Commissione ha stimato che in Europa i danni ai consumatori dovuti a pratiche commerciali scorrette vanno dai 25 ai 69 miliardi di euro l’anno».
La stessa Commissione aveva redatto negli anni passati un Green Paper che faceva tesoro dell’ esperienza positiva di alcuni Stati membri dove una forma di class action è già in vigore, come in Spagna, Portogallo e Svezia.
In Italia la class action, introdotta dal Governo Prodi a fine del 2007 e modificata dal Governo Berlusconi, rappresenta, secondo le associazioni dei consumatori , un’ arma completamente spuntata.
«La mancanza di retroattività, di sanzioni punitive, gli alti costi di attivazione e la mancanza di possibilità per le associazioni di adirne l’ inizio, la trasformano in una class action all’italiana», afferma Monica Multari, presidente del Movimento Consumatori Verona.
Infatti la class action così come introdotta nell’ ordinamento italiano non può essere usata per risarcire i risparmiatori vittime dei crack Cirio, Parmalat e Lehman Brothers.
Ad ogni modo, la levata di scudi dei consumatori di tutta Europa potrebbe indurre la Commissione a tornare sui propri passi e a rilanciare le consultazioni.
Ma anche in questo modo l’ introduzione effettiva della class actrion a livello europeo subirebbe un ritardo rilevante.

Il male è assenza di Dio nel cuore degli uomini

Alcuni cercano di dimostrare che la fede è un mito sostenendo che se Dio ha creato tutto quello che esiste, Dio ha fatto anche il male, visto che esiste il male! E se stabiliamo che le nostre azioni sono un riflesso di noi stessi, Dio è cattivo!

Si dice che Albert Einstein al riguardo parlò circa così:

…il freddo non esiste:
secondo le leggi della Fisica, quello che consideriamo freddo, in realtà è l’assenza di calore.
Ogni corpo o oggetto lo si può studiare quando possiede o trasmette energia; il calore è quello che permette al corpo di trattenere o trasmettere energia.
Lo zero assoluto è l’assenza totale di calore; tutti i corpi rimangono inerti, incapaci di reagire, però il freddo non esiste.
Abbiamo creato questa definizione per descrivere come ci sentiamo quando non abbiamo calore.

…neppure l’oscurità esiste:
l’oscurità, in realtà, è l’assenza di luce.
La luce la possiamo studiare, l’oscurità, no. Attraverso il prisma di Nicol, si può scomporre la luce bianca nei suoi vari colori, con le sue differenti lunghezze d’onda. L’oscurità, no.
Come si può conoscere il grado di oscurità in un determinato spazio? In base alla quantità di luce presente in quello spazio.
L’oscurità è una definizione usata dall’uomo per descrivere il grado di buio quando non c’è luce.

…il male esiste? …vediamo stupri, crimini, violenza in tutto il mondo ma il male non esiste, o per lo meno non esiste da se stesso.
Il male è semplicemente l’assenza di bene.
Conformemente ai casi anteriori, il male è una definizione che l’uomo ha inventato per descrivere l’assenza di Dio.
Dio non creò il male… Il male è il risultato dell’assenza di Dio nel cuore degli esseri umani.
Lo stesso succede con il freddo, quando non c’è calore, o con l’oscurità, quando non c’è luce.

Giorgio Bettinelli

Giorgio Bettinelli…un vero italiano vero cittadino del mondo.
A cavallo della Vespa ha fatto 2 volte il giro del mondo!…sul serio!
Chilometro dopo chilometro ha scritto quattro magnifici libri di viaggio…tutti da leggere:
1997) Da Roma a Saigon
2002) Brum brum
2005) Rhapsody in black
2008) La Cina in Vespa

Qui di seguito il suo “curriculum” di viaggiatore. Dal suo ultimo libro:

Nel maggio del 1992, a Bali, mi viene regalata una vecchissima Vespa, e da quel giorno la mia vita, che ormai programmavo tranquilla e stanziale in quel villaggio sulla costa est dell’isola, è cambiata dal giorno alla notte, ha subito uno scossone violento di quelli che portò può dare soltanto una storia d’amore o una supervincita al Totocalcio o un’improvvisa follia…
Da allora, dopo un breve apprendistato scooteristi tra Giava e Sumatra e
1) un viaggio dall’Italia al Vietnam (24.000 km in sette mesi),
2) c’è stato un secondo raid in Vespa, dall’Alaska alla Terra del Fuoco (36.000 km in nove mesi);
3) poi un terzo da Melbourne a Città del Capo (52.000 km in un anno esatto);
4) e poi ancora un quarto viaggio dalla Terra del Fuoco alla Tasmania via terra (144.000 km in tre anni e otto mesi no-stop).
E così i chilometri complessivi macinati dalle mie Vespa (a volte con lentezza esasperante, a volte con velocità da crociera e poche altre a tutto gas), sono diventati 256.000 tondi tondi.
In 134 nazioni diverse, alcune delle quali attraversate tre volte in tre rispettivi viaggi, come Iran, Pakistan, India e Thailandia.
Più di sei volte la circonferenza dell’equatore e due volte tutti i continenti, con la sola esclusione dell’Antartide.

Tristemente Giorgio è morto a fine 2008 in Cina in circostanze poco chiare (non viaggiando!).
Stava scrivendo del Tibet…Nazione talmente unica da meritare un libro intero.

SCUOLA – modelli europei di sistemi scolastici

Modelli europei di sistemi scolastici

Esistono quattro modelli di sistemi educativi, presenti in Europa, secondo un’utile tipologia realizzata dalla studiosa in Sociologia della Scuola Francine Vaniscotte. Ben lontani dal sostenere che esiste una ed un’unica soluzione, migliore delle altre sempre in tutto e per tutto, il modello scandinavo appare sotto molteplici punti di vista come quello che andrebbe preso come termine di riferimento. Tale affermazione è supportata anche dai risultati ottenuti attraverso le ricerche centrate sulla valutazione internazionale delle competenze acquisite dagli studenti (PISA – Programma per la valutazione internazionale dell’allievo – Programme for International Student Assessment). Va però evidenziato che, limitatamente al primo ciclo scolastico (Scuola Primaria o Ex Elementare), nelle ultime 6 valutazioni internazionali i migliori risultati sono stati ottenuti dalla Scuola Italiana pre-riforma!

Tipo scandinavo: la scuola unica

Questo modello (presente in Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia) si pone come obiettivo prioritario la maggior eguaglianza di opportunità, fornendo a tutti i bambini la stessa preparazione fino ai 16 anni di età, cioè per tutto l’obbligo scolastico. Si tratta di una scuola unica nel senso che tutti gli studenti, nella stessa scuola, ricevono il medesimo insegnamento, da un gruppo di docenti che, per quanto possibile, rimane lo stesso per tutto il periodo. In questo modo si cerca di assicurare la massima continuità pedagogica: solo alla fine del percorso è possibile scegliere qualche disciplina diversa e vengono date valutazioni (da 1 a 5). Inoltre si vuole ottenere che tutti i ragazzi, al termine, raggiungano le stesse conoscenze di base che sono connesse, appunto, al significato dell’obbligo scolastico: i saperi necessari ad una cittadinanza piena, per potersi inserire in modo idoneo in una società democratica. In quest’ottica le votazioni (e le conseguenti bocciature) non hanno significato: non vi è insuccesso scolastico e i risultati vanno nel senso di una buona uguaglianza di acquisizioni scolastiche generalizzate, con livelli qualitativi elevati; sembra, perciò il modello più idoneo a realizzare una scuola «giusta ed efficace», come del resto confermano le comparazioni internazionali.

Tipo anglosassone: la scuola polivalente

È il modello dell’Inghilterra, del Galles, dell’Irlanda del Nord, della Scozia e, con qualche differenza, della Repubblica d’Irlanda. La Comprehensive School (scuola polivalente) invece di unificare primario e secondario inferiore, ricerca una continuità tra quest’ultimo e il secondario superiore, con programmi che si possono scegliere da parte di allievi e famiglie, ora però più limitatamente, poiché nel 1988 è stato definito un National Curriculum. In Inghilterra permane un piccolo numero di scuole tradizionali, che mantengono la vecchia distinzione fra Grammar Schools, Modern Schools e Techical Schools, alle quali accedono i bambini delle “famiglie bene”. Il sistema del tutorato costituisce il principale supporto al miglior funzionamento, in termini di eguaglianza e qualità del sistema. Il docente tutore guida l’allievo nel suo percorso scolastico, si preoccupa che l’insegnamento sia differenziato e perfino individualizzato ed aiuta i bambini in difficoltà (in Scozia vi è la figura del docente itinerante, che assicura sostegno aiutando colleghi e allievi che ne hanno bisogno). Anche in questo caso, pur procedendo a valutazioni degli allievi, non sono previste ripetenze: pur con una struttura diversa vi è un’“aria di famiglia” con il modello scandinavo, che deriva probabilmente dalla comune religione protestante (Irlanda esclusa, ovviamente).

In Scozia il decentramento, già tipico di questo sistema, rimane più ampio, non essendo, tra l’altro, stato adottato il curriculum nazionale.

Tipo germanico: gli indirizzi separati

Questo modello, presente in Austria, Germania, Lussemburgo, Olanda, Svizzera e, con differenze, in Belgio, mantiene la tradizionale suddivisione in tre indirizzi. Negli ultimi anni alcuni paesi hanno cominciato a preoccuparsi di una suddivisione degli studenti così precoce (all’inizio della secondaria inferiore, come era in Italia prima del 1962) e cercano di sviluppare un sistema di passerelle fra gli indirizzi. L’opzione fra indirizzi differenziati rimane comunque il fondamento di questo modello, che ha in Germania la sua massima espressione. Il bambino tedesco, entrato nella scuola a 6 anni, dopo 4 anni di studio (con qualche differenza secondo i Landers), deve scegliere che strada intraprendere, anche se, teoricamente, sarebbero ancora possibili delle passerelle fra i 10 e i 12 anni di età. Oltre un terzo accede alla formazione corta (Hauptschule), seguita da una preparazione professionale che introduce al lavoro, con una alternanza con periodi di studio, fino ai 18 anni (è il sistema duale, tanto ammirato in Italia, ma, oggi, messo in discussione nella stessa Germania, perché, con la crisi economica succeduta all’unificazione, le imprese non sono più in grado di offrire abbastanza stages formativi e la disoccupazione è molto aumentata). Un quarto dei ragazzi va verso una scuola media (la Realschule), che permette di accedere ad una formazione superiore, però solo di tipo non universitario. Un poco più di un quarto degli studenti si iscrive alla scuola secondaria generale (il Gymnasium), per seguire un curricolo che lo condurrà agli studi universitari. La logica di questo modello è opposta a quella dei sistemi scandinavi: in questi ultimi si vuole portare tutti i ragazzi allo stesso livello a 16 anni, con ancora tutte le strade aperte, mentre in Germania l’orientamento molto precoce porta ad una situazione che, se dà assicurazioni sul futuro, le fornisce con modalità fortemente condizionate dall’estrazione sociale. Certo l’insuccesso scolastico non costituisce un problema, visto che gli studenti vengono quasi subito suddivisi in livelli differenziati, partecipando a scuole che richiedono prestazioni molto diverse. L’autonomia scolastica, nonostante il decentramento strutturale derivante dallo Stato federale, non è molto ampia: il centralismo dei Landers (e la eventuale costruzione di un’Europa delle regioni corre appunto questo rischio), non sembra lasciare molto spazio alla libertà di gestione delle singole scuole. L’ultima indagine comparativa sui risultati dei ragazzi quindicenni ha visto, per gli studenti tedeschi, un risultato non solo inferiore alla media, ma con differenziazioni fra i migliori e i peggiori molto ampie: poca qualità e ancor minore equità.

Tipo latino e mediterraneo: il tronco comune

Quest’ultimo modello, presente in Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, sembra un tentativo di combinare i precedenti, i quanto ha scelto la soluzione di realizzare una scuola unica per la prima parte della secondaria, ma senza una effettiva pedagogia differenziata (come in Scandinavia) e senza il tutorato (come nei paesi anglosassoni). Invece rimane in questa tradizione (sono tutti paesi cattolici tranne la Grecia, ortodossa) un fondamentale “classicismo”, che li rende molto attenti all’acquisizione di conoscenze, con esami e ripetenze. In alcuni paesi, ad esempio in Francia, rimangono anche degli equivalenti parziali degli indirizzi, con classi di livello, scelte di lingue straniere, sistemi di opzione.

I Paesi latini sono generalmente più sensibili all’insuccesso scolastico contro il quale lottano e per parecchie ragioni: democratizzazione più tardiva e/o condizioni economiche meno favorevoli per certi Paesi, ma soprattutto volontà di portare l’insieme della popolazione scolastica al livello di conoscenza più alto possibile. Sono forse i Paesi che si trovano più a disagio nel loro sistema educativo poiché, sebbene molto diversi tra loro, perseguono l’ideale egualitario della scuola unica scandinava, mentre per tradizione pedagogica, hanno spesso un’uniformità di metodi e delle esigenze che si traducono in frequenti controlli delle conoscenze, in vincoli di esami e di voti e in una maggiore consuetudine di ripetenza.

Questi paesi, tradizionalmente centralistici, stanno procedendo a decentramenti abbastanza ampi, che esaltano l’autonomia delle scuole, pur mantenendo programmi comuni piuttosto vincolanti.

L’esposizione sintetica di questa tipologia, del resto necessariamente schematica, chiarisce però bene che le differenze strutturali esistenti fra i diversi modelli rispondono a logiche profondamente radicate, per cui sembra impossibile, e addirittura sbagliato, pensare ad una uniformizzazione europea, anche se alcuni elementi di convergenza esistono, indotti dall’economia e dalla domanda di formazione, come la generalizzazione dell’istruzione secondaria superiore e la massificazione di quella superiore.

Erri De Luca “Il giorno prima della felicità”

Un libricino che è un miracolo!
Un viaggio DENTRO alla Napoli del fine guerra (II WW) vissuto con gli occhi di un bambino/ragazzo/uomo tanto buono quanto vero.
Semplice…sincero…struggente…magnifico!
Leggerlo è stata una magnifica sorpresa!!!

Grazie Erri 🙂

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