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Frequenze umane

la storia delle cose

Ho trovato questi filmini sulla sequenza (e sulle conseguenze) della produzione e consumo e smaltimento degli oggetti.
Mi sembra molto interessante.
Fa una analisi degli aspetti economici, sociali, culturali e ambientali dell’era del consumismo.

Franklin Boukaka

Si chiamava Franklin Boukaka, era un cantante congolese e molto impegnato contro le ingiustizie sociali. Con le sue canzoni, era diventato un problema molto serio per i militari congolesi. Fu fucilato dai militari congolesi nel 1972, durante un falso tentativo di golpe di Stato, inventato dai militari al comando del paese, per poter eliminare tutti coloro che criticavano loro governo.

Con questa canzone “ Le bucheron”, Franklin Boukaka è rimasto nel cuore di molti noi africani!

Grazie Franklin, continueremo la tua lotta!!!

Ecco gli italiani dai piedi leggeri

copioincollo qui di seguito un interessante articolo di La Cecla pubblicato sul “il sole 24 ore” questo primo agosto:

ECCO GLI ITALIANI DAI PIEDI LEGGERI

C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».

Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.
Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.
La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!

Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.
È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.

Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza – qui la vita costa quattro volte meno che in Italia – e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano – paese in cui va spesso – né thailandese, paese in cui gira i suoi film.
Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.

Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.
Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.
Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.

CocoRosie “Lemonade”

Mads Langer “you are not alone”

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testo originale della canzone:

In a way it’s all a matter of time
I will not worry for you – you will be just fine
Take my thoughts with you, and when you look behind
You will surely see a face that you recognize, yeah yeah

You’re not alone, I’ll wait till the end of time
Open your mind, surely it’s plain to see
You’re not alone, I’ll wait till the end of time for you
Open your mind, surely it’s time to be with me

It is the distance that makes life a little hard
Two minds that once were close; now so many miles apart
I will not falter though, I’ll hold on till you’re home, yeah yeah
Safely back where you belong, and see how our love has grown

You’re not alone, I’ll wait till the end of time
Open your mind, surely it’s plain to see
You’re not alone, I’ll wait till the end of time for you
Open your mind, surely it’s time to be with me

You’re not alone, surely it’s time to be with me
Open your mind, yeah

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You’re not alone – oh, I’ll wait till the end of time for you
Open your mind – open your mind, yeah yeah
You’re not alone – no, no

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Io non mi preoccuperò per te, starai bene
Prendi i miei pensieri con te, e quando guarderai dietro
Vedrai sicuramente un volto che riconosci

Tu non sei da sola, ti aspetterò fino alla fine del tempo
Apri la tua mente, sarà più facile vedermi
Tu non sei da sola, ti aspetterò fino alla fine del tempo
Apri la tua mente, certamente c’è tempo per stare con me

E’ la distanza, che rende la vita più difficile
Due menti che, un tempo sono sono state vicine, ora sono tante miglia lontane
Io non esiterò , Ti proteggerò finché sarai a casa
Quando tornerai vedremo come il nostro amore sarà cresciuto

Tu non sei da sola, aspetterò fino alla fine del tempo
Apri la tua mente, certamente è facile vedere
Tu non sei da sola, aspetterò fino alla fine del tempo per te
Apri la tua mente, certamente c’è tempo per stare con me

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Ayo “Mother”

AYO

La stupenda Ayo dedica questa terribile canzone d’amore alla madre tossico dipendente.
Un dramma atroce…ma la vita e l’amore vincono sempre e comunque.

Pianti e pelle d’oca…sempre!

Testo originale della canzone:

Mother look at yourself
Are that scars on your body the traces of a spell?
Just like that finger you cannot move
What have you gotten yourself into?
Well it's easy to tell

Mother what are you trying to achieve?
Always telling lies and hurting me
You're messing up your life
As if that's not enough you're trying to mess up mine

Stay away, stay away, stay away, stay away
Stay away, stay away, stay away, stay away
Stay away, stay away, stay away, stay away from me
You better love me from a distance

Mother the evil came right through your veins
To settle down in your brain
All your actions are under his control
'Cause to him you sold your soul
Tell me mother how can I ever trust you again?
Since with you every good meal has a bad aftertaste
As much as I wanna let you back into my life
I just can't 'cause I got to protect myself from you

Stay away, stay away, stay away, stay away
Stay away, stay away, stay away, stay away
Stay away, stay away, stay away, stay away from me
You better love me from a distance

I love you and it will always be that way
That's why it hurts so bad to see you drag down and throwing it all away
As much as I wanna be close to you
I just can't 'cause seeing you like that is unbearable

Stay away, stay away, stay away, stay away
Stay away, stay away, stay away, stay away
Stay away, stay away, stay away, stay away from me
You better love me from a distance

U2 “Sometimes You Can’t Make It On Your Own”

BONO VOX

Una straziante e magnifica ballata d’amore…uno dei più ispirati pezzi degli U2…una canzone commovente…dedicata al padre di Bono.
Magnifica!
testo originale di
Sometimes You Can’t Make It On Your Own:
Tough, you think you’ve got the stuff
You’re telling me and anyone
You’re hard enough

You don’t have to put up a fight
You don’t have to always be right
Let me take some of the punches
For you tonight

Listen to me now
I need to let you know
You don’t have to go it alone

And it’s you when I look in the mirror
And it’s you when I don’t pick up the phone
Sometimes you can’t make it on your own

We fight all the time
You and I…that’s alright
We’re the same soul
I don’t need…I don’t need to hear you say
That if we weren’t so alike
You’d like me a whole lot more

Listen to me now
I need to let you know
You don’t have to go it alone

And it’s you when I look in the mirror
And it’s you when I don’t pick up the phone
Sometimes you can’t make it on your own

I know that we don’t talk
I’m sick of it all
Can – you – hear – me – when – I –
Sing, you’re the reason I sing
You’re the reason why the opera is in me…

Where are we now?
I’ve still got to let you know
A house still doesn’t make a home
Don’t leave me here alone…

And it’s you when I look in the mirror
And it’s you that makes it hard to let go
Sometimes you can’t make it on your own
Sometimes you can’t make it
The best you can do is to fake it
Sometimes you can’t make it on your own

traduzione in italiano del testo della canzone:
Tenace, credi di essere un duro
Stai dicendo a me e a tutti
Che sei abbastanza forte

Non devi sempre metterti a combattere
Non devi sempre avere ragione
Lasciami prendere qualche botta
Al posto tuo, stanotte

Ascoltami adesso
Ho bisogno di farti sapere
Che non devi fare tutto da solo

E quando guardo nello specchio ci sei tu
E quando alzo il telefono sei tu
A volte non puoi farcela per conto tuo

Litighiamo tutto il tempo
Tu ed io… va bene
Siamo la stessa anima
Non ho bisogno… non ho bisogno di sentirti dire
Che se non fossimo così simili
Ti piacerei molto di più

Ascoltami adesso
Ho bisogno di farti sapere
Che non devi fare tutto da solo

E quando guardo nello specchio ci sei tu
E quando alzo il telefono sei tu
A volte non puoi farcela per conto tuo

So che non parliamo molto
Sono stanco di tutto questo
Riesci a – sentirmi – quando –
Canto, sei l’unica ragione
Per la quale canto
Sei l’unica ragione per la quale
L’opera è in me…

Dove sei adesso?
Devo farti sapere che
Una struttura non necessariamente è una casa
Non la sciarmi qui da solo…

E quando guardo nello specchio ci sei tu
E quando alzo il telefono sei tu
A volte non puoi farcela per conto tuo
A volte non puoi farcela
La cosa migliore che puoi fare è
Mandare tutto a quel paese
A volte non puoi farcela per conto tuo

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