Zygmunt Bauman sulla società globale

Copio-incollo questa interessantissima intervista a Zygmunt Bauman. Risale al 20 giugno 2002 ma a mio parere è ancora attualissima…anzi, forse addirittura ancora in anticipo sui tempi. Leggetela!

Il 6 giugno 2002 Zygmunt Bauman è stato insignito della laurea Honoris Causa presso l’università St. Kliment di Sofia, Bulgaria. Bauman è uno dei sociologi più rinomati sul piano internazionale. Per spiegare i fenomeni legati alla globalizzazione, ha diviso il mondo in due: i nuovi nomadi globali ed i localizzati, che non hanno la possibilità di muoversi liberamente. Paradossalmente, lui che rientrerebbe nella prima categoria, è stato bloccato 10 ore presso l’aeroporto di Milano a causa di un ritardo del suo aereo. Zygmunt Bauman ha vissuto una vita molto intensa. Nato in Polonia nel 1925, a 18 anni ha abbandonato il suo Paese rifugiandosi in Unione Sovietica per evitare le persecuzioni razziali. Dopo la seconda guerra mondiale è rientrato a Varsavia ed ha intrapreso la carriera militare per poi abbandonarla iniziando quella universitaria e insegnando sociologia. Nel ’68, durante una campagna anti-sionista del regime polacco, ha abbandonato per una seconda volta la Polonia e si è trasferito prima in Israele e poi in Gran Bretagna, dove ha cominciato ad insegnare presso l’Università di Leeds.
E’ stato intervistato dalla corrispondente dalla Bulgaria dell’Osservatorio sui Balcani, Tanya Mangalakova, sopratutto tenendo conto del suo libro più famoso “Dentro la globalizzazione: le conseguenze sulle persone”.

Prof. Bauman, nel suo libro “Globalizzazione: le conseguenze umane”, lei afferma che le multinazionali dipendono dall’esistenza nel mondo di forti divisioni e che sono interessate all’esistenza di stati deboli. Questi stati, sotto controllo poliziesco, rischiano di divenire meri esecutori di politiche stabilite altrove. Noi cittadini della ex-Jugoslavia abbiamo assistito alla creazione di stati piccoli e deboli che rischiano di finire in queste dinamiche. Cosa ha portato alla fine delle Jugoslavia e ritiene questa tendenza alla disgregazione non sia ancora finita?

Non sono un profeta e non ho modo di predire il futuro. Posso solo vedere cosa sta accadendo ora, posso provare ad individuare tendenze. Tra queste vi è senza dubbio quella alla frammentazione delle istituzioni politiche. Non si è più in grado di garantire l’esistenza degli elementi costitutivi di uno Stato Nazione: un sistema economico omogeneo, un controllo del territorio, una cultura nazionale che unifichi il paese. Vi è inoltre una manifesta incapacità di difendersi da possibili attacchi dall’esterno, quali essi siano, e di garantire l’ordine interno (…) il capitale fugge all’estero, dove vi sono condizioni di maggiore redditività. Lo spazio di manovra degli Stati Nazione è quindi molto limitato (…) E sono deboli le forze che si oppongono a questa tendenza. Non si può confondere politica internazionale con politica globale. La prima dipende totalmente dai singoli Stati che si ritrovano, discutono su di un determinato argomento ma poi spetta a loro sottoscrivere o meno un eventuale accordo (…) la politica globale è qualcosa di diverso e a tutt’oggi inesistente. Non esiste alcuna rappresentanza democratica globale. Sino a quando non si riuscirà ad averla non ci si muoverà dai binari sui quali già scorriamo.

Lei sta parlando di istituzioni globali. C’è forse qualcuno che si oppone a queste ultime perchè si avvantaggia del “disordine globale”?

Qui si tratta di individuare dove sia il vero potere, quello che decide sulle vite dei cittadini del mondo. Il potere è oramai extra-territoriale mentre l’azione politica è rimasta locale. Nessuno Stato è in grado di definire regole che superino i propri confini (…), siamo al paradosso di dover rispondere con soluzioni locali a problemi globali e non penso questo sia possibile (…), e quando parlo di istituzioni globali non mi riferisco a quelle oramai superate della democrazia rappresentativa, nata e sviluppatasi negli Stati Nazione. Occorre inventare qualcosa di diverso.

Queste istituzioni di cui parla, sono in qualche modo simili alla NATO o all’Unione Europea?

Non so. Non abbiamo ancora sviluppato il concetto giusto. I parlamenti si sono ad esempio sviluppati con estrema fatica e lentamente. Lo Stato Nazione è emerso come un efficace strumento operativo in grado di bilanciare i conflitti di interessi tra diverse classi sociali, in grado di distribuire la ricchezza nazionale. Si è dimostrato capace di ben veicolare l’azione collettiva (…), ma ancora non abbiamo nulla che sia idoneo a combattere la sempre più netta divisione mondiale tra ricchi e poveri, tra Paesi forti e Paesi deboli (…) siamo in una situazione certamente difficile ma ritengo che si riuscirà a trovare una soluzione.

Secondo alcuni filosofi, oramai non si combatte più per il territorio. Ma nei Balcani siamo stati testimoni di numerosi conflitti per il territorio, per lo spazio. Ritiene che il nazionalismo sia definitivamente tramontato nei Balcani?

(…) paradossalmente se da una parte lo spazio sta perdendo importanza dall’altra acquisisce nuovi significati. Quindi meno importante ma più significante. La gente sta cercando di trovare sicurezza, minata dallo sviluppo globale, ed allora ci si arrocca in un determinato spazio geografico. La guerra in Jugoslavia è stata a mio avviso dovuta in gran parte dalla volontà di cercare la sicurezza in se stessi. Se si è tutti croati, serbi o albanesi, in qualche modo ci si illude di essere più sicuri … in Kosovo i serbi combattono gli albanesi e gli albanesi i serbi, e non ci si rende conto che in questo modo non si fa altro che approfondire le cause della propria insicurezza. In questo modo si pavimenta la strada alle forze globali, che sono il motivo principe di questa insicurezza. Nell’epoca attuale possiamo individuare due tipi di guerra: il primo è quello ben rappresentato dalle modalità d’azione della NATO in Bosnia, Kossovo, ma emerso ancor più chiaramente nella Guerra del Golfo o in Afghanistan. E’ una guerra globale, dove il territorio non ha importanza ed anzi si ha paura di rimanerci legati, paura di impelagarsi nell’onere di una gestione amministrativa del territorio. Il Pentagono non ha iniziato le attività militari in Afghanistan prima di aver chiaro un “exit scenario”, una via d’uscita, la garanzia di non dover rimanere in un luogo inospitale, essere responsabili per l’ordine pubblico, e liberi paradossalmente dal rischio di vittime da fuoco amico. Queste potrebbero essere definite le guerre “mordi e fuggi”. C’è invece un secondo tipo di guerra, fortemente legata al territorio, anche se quasi più importante del territorio è l’identità che esso porta con sè. E questo viene ad esempio raggiunto con la pulizia etnica. E non è solo una tendenza limitata alla Bosnia, Croazia, Serbia. In tutta Europa si possono individuare partiti che promettono di chiudere le porte, di cacciare gli immigrati, ecc. Naturalmente niente cambierebbe anche nel caso gli immigrati venissero cacciati, perchè sono le forze globali a causare questo disagio. Ma perlomeno si ha la sensazione di aver fatto qualcosa, di non essere stati seduti ad aspettare.

Alcuni autori tendono ad interpretare la globalizzazione con l’imporsi di una lobby ebraica. In Bulgaria questa “teoria di cospirazione” è particolarmente popolare. Cosa ne pensa?

La sicurezza è l’argomento più popolare. Una delle condizioni per percepirsi sicuri è avere chiare e semplici spiegazioni riguardo ai fenomeni che ci coinvolgono.
Quando non riusciamo a capire cosa stia succedendo, quando la situazione è complessa e richiede uno sforzo teorico non indifferente, ci si sente a disagio, insicuri. Vivere in un mondo che non si comprende è difficile. I bambini hanno un’istintiva paura del buio perché nel buio non si sa cosa potrebbe accadere. Ci sentiamo leggermente meno a disagio quando abbiamo chiare e semplici spiegazioni per tutto. E la “cospirazione ebraica” è un chiaro esempio di questo (…) a volte presa di mira è la comunità ebraica, altre le comunità di immigrati. Con alcuni paradossi: 20-30 anni fa, portoghesi e spagnoli che immigravano in Germania erano considerati una minaccia da molti tedeschi, “pericolosi” Gastarbeiter. Ora, in Portogallo ed in Spagna, si ripete la storia e molti urlano “stop agli immigrati”, dimenticando che loro stessi sono emigrati in passato per il pane.

INTO ETERNITY the movie (by Michael Madsen)

Ho avuto la fortuna di vedere al Festival Cinemambiente di Torino in giugno 2011 il premiatissimo documentario Into Eternity del regista danese Michael Madsen, sul gigantesco sito di stoccaggio di scorie nucleari di Onkalo, in Finlandia.
Uscito dalla proiezione ero completamente vuoto, depresso, immerso nello sconforto e nel pessimismo più totale…quindi il documentario è fatto VERAMENTE BENE.
Il messaggio che porta è semplicissimo: l’essere umano ad oggi dimostra d’essere completamente cretino e la questione dell’energia e delle centrali nucleari lo DIMOSTRA immediatamente e drammaticamente.
Un giudizio senza appello il mio: il documentario è STREPITOSO e l’uomo COMPLETAMENTE IMBECILLE.

La Finlandia ha 2 centrali nucleari che producono meno del 30% del fabbisogno energetico nazionale.
Le centrali nucleari producono energia elettrica estraendo e trasformando in un ambiente controllato (il reattore nucleare e la centrale termica), una piccola parte dell’energia prodotta da reazioni nucleari (fissione nucleare) a partire dal metallo radioattivo per eccellenza (l’uranio). Questa (qui infinitamente semplificata procedura) produce degli scarti che si chiamano scorie radioattive. Le scorie devono essere controllate e gestite con attenzione perché tanto tossiche da essere letali. Queste scorie rimarranno pericolosissime per qualsiasi organismo biologico per i prossimi 100’000 anni.
Ad oggi tutte le scorie prodotte da tutte le centrali nucleari del mondo (al 2011 sono attive nel mondo 442 centrali nucleari e (secondo il film) hanno sin ora prodotto qualcosa come 250 mila tonnellate di scorie radioattive) vengono o trattate e mantenute in costosi e pericolosi edifici (impianti di stoccaggio) con dentro persone che 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, controllano i macchinari che tengono “sotto controllo” le radiazioni o smaltite illegalmente e irresponsabilmente da criminali senza scrupoli (vedi bidoni radioattivi gettati in mare o navi intere affondate dolosamente etc).
I finlandesi hanno avuto una idea geniale: sotterriamole e abbandoniamole per i prossimi 100’000 anni!
L’umanità è vecchia di circa 50’000 anni.
Le costruzioni umane più antiche arrivate fino ad oggi (per esempio le piramidi egizie) non arrivano in nessun caso a superare i 10’000 anni.
In questo documentario straordinario il regista ci fornisce quel pò di informazioni utili ad intuire la dimensione della questione per poi proiettarci nel più buio incubo immaginabile: la stupidità umana.

A questo link trovate una recensione approfondita ed in italiano sul documentario.
Questa la scheda di IMDb del film.
Qui il link al sito ufficiale del film dove potete comprare il DVD.

Manovra e armi: “Il male oscuro” di Alex Zanotelli

alex contro gli armamenti

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa.
E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI).
Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno.
Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma: ”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…” (art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili. Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folli somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali? Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte? E come cittadini, in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro! Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo. E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro). E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa. E il 27 ottobre sempre ad Assisi, la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo. Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli
Napoli, 24 agosto 2011

Per firmare l’appello: clicca su questo link

Fabrizio De André (1976) ”Le Passanti”

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

Miriam Makeba

Miriam Makeba chiamata anche Mama Africa è stata una cantante sudafricana di Jazz e di world music. È nota per il suo impegno politico contro il regime dell’apartheid quando era ancora un sistema politico nel suo paese. Miriam Makeba ha avuto la notorietà internazionale con Pata Pata, canzone uscita nel 1967. Mama Africa è morta a Castel Volturno (Italia) il 9 novembre 2008.

Bembeya Jazz “Bellakè”

A Tutti Coloro che amano la Musica Africana. Bembeya Jazz fu un Grande Gruppo Musicale Africana degli anni 70…….Mi commuove sempre la musica mandingue!

Joseph Kabaselé (Gran Kallé) “Indépendence cha cha”

Proseguiamo il nostro viaggio nel mondo della musica africana del passato.
Siamo nel 1960, molti paesi africani proclamano loro indipendenze. Erano in realtà 17 nazioni in quel anno. È cosi che il cantante del Congo kinshasa, Joseph Kabaselé chiamato semplicemente Gran Kallé, cantai questo brano musicale, famosissima canzone delle indipendenze dei paesi africani.

Se vuoi tenerti un uomo ti devi trasformare di continuo

Se vuoi tenerti un uomo ti devi trasformare di continuo, devi fargli credere che sei tante donne. Cinque o sei, almeno. Il mio, nonostante tutto quello che gli combino, sta con me da dieci anni: una volta mi presento in shorts e cappello da cow boy, un’altra sono sui tacchi con collarino e piume di struzzo rosa, o magari mi faccio trovare d’inverno incappottata, soltanto con la biancheria addosso. Nell’erotismo l’effetto sorpresa ci vuole, è anti noia. E poi, senza giocare come farei a confonderli, i maschi? Diciamo la verità: più la faccio grossa e più dopo mi sistemo i capelli, tiro fuori i gioielli dal cassetto, metto reggiseni a cuoricini… “Che hai combinato darling? – ha esclamato il mio ragazzo l’ultima volta che gli sono piombata a casa – hai sfoderato l’artiglieria pesante?”.

Domenica
19,00. “Pensa ai peccati che hai commesso tu”, gli rispondo. Intanto mi spoglia e mi lava come fossi una bambina. La vasca da bagno è già pronta, e accanto un buon vino bianco, in fresco: questa tattica gliel’ho insegnata io, perché una persona non si ricorda nemmeno perché ha litigato con te se gli fai trovare una meraviglia del genere. Gli uomini, poi, in certi frangenti sono di una semplicità estrema. Siamo noi donne a complicare sempre tutto con mille paranoie: perché hai detto questo, perché hai fatto quello, e come mai ha pensato così, ecc. ecc.

Orario non precisabile. Dopo aver fatto l’amore in vari punti della casa (uno, senza uscire dalla vasca; due, in cucina, prima di mangiare; tre, sul divano), faccio finta di dormire davanti alla tv per evitare dibattiti sulla nostra ennesima separazione appena annullata. Siamo due teste calde, quando cominciamo a discutere si salvi chi può. Nel quartiere ci conoscono tutti ormai, e non aggiungo altro.

Lunedì
06,00. Non vuole essere svegliato. Si lamenta: per un’ora di sonno in meno fa tante di quelle storie che sembra non aver dormito mai in vita sua. Mi avvicino per farmi annusare il collo e premo l’inguine contro il suo fianco sfregandomi un pochino. Finché cominciamo bene la giornata.

Martedì
8,00. Sono a casa mia, mi telefona. E si arrabbia. Perché le porcate le può dire solo lui, sono una sua prerogativa. Altrimenti pensa che chissà a quanti altri ne racconto. L’avevo semplicemente informato del fatto che la banana con cui sto facendo colazione somiglia al suo… Tutto qui.

13,00. Comincio a caricare una certa tensione, vorrei che lui fosse con me. Lo chiamo dall’ufficio, tanto è in ferie. E siccome il sesso virtuale non ci è mai piaciuto, non trovo di meglio da fare che rompergli le scatole. Sono in vena di ricevere sculacciate, insomma. Ma, visto che non può darmele, vado avanti a telefonargli tutto il pomeriggio con quaranta proposte inutili e successivi ripensamenti (“fai tu la cena, no la faccio io, al supermercato passa tu, no anzi ci vado io”) finché verso le sette, quando mi viene a prendere, sbotta: “Ragazza, dopo dieci anni ancora la monella devi fare?”. Sì, perché è giusto che lui sopporti i miei sfoghi come io sopporto i suoi difetti. Ma, dopo averlo piazzato davanti a uno di quei programmi tv tipo “prendi il tacchino e puliscigli il petto…” imponendogli di rifare la ricetta, vengo punita: archiviata la scorpacciata di cibo, comincia quella di sesso. Lui, comunque, è soddisfatto anche della prima, perché cucinare gli piace quanto piace a me (sul resto, nulla da imparare, è già un gran porcello).

Mercoledì
20,00. Al cinema. Mi intristisco molto. Lui mi bacia e mi tiene per mano tutto il tempo.

23,30. A casa mia, passato lo Sturm und Drang, facciamo quattro chiacchiere e ce ne andiamo a dormire.

Più o meno un’ora dopo. Non dorme. Si intrufola improvvisamente nel mio posteriore. È’ solo un dito, ma che fastidio! “Amore sei sveglia?”, fa il mio ragazzo. Un classico dispettuccio per farmi capire che ha voglia di parlare. E dunque parliamo. Ancora.

Venerdì
1,40 c.a. Per strada, la polizia ha visto la nostra macchina accostata e ci ha fatto un controllo. Eravamo sul sedile posteriore: c’ero andata mentre lui guidava, avevo deciso che sarebbe stato il mio autista salvo cominciare a spogliarmi, lanciandogli i vestiti un pezzo alla volta. Avevo solo le scarpe quando mi ha raggiunta. Ma poi, fortunatamente, nessuno si è accorto che stavamo facendo l’amore, perché ho fatto in tempo a buttarmi addosso un asciugamano che era lì da qualche giorno (e lui, a richiudersi i pantaloni). Tutto ok, dunque, a parte un po’ di stress. E a casa sua abbiamo recuperato.

Sabato
14,30. Pic nic a letto. Finito di mangiare mi sdraio, appoggio la testa sulla pancia del mio ragazzo e scivolo un po’ più giù. Qualcosa si comincia ad alzare, ma con aria sognante cerco il suo sguardo e dico: “Sono la signora Fantozzi”. Poi, perentoria: “Che cosa sono queste mutande bianche tirate fino alle ascelle?”. Scherzo, naturalmente. Ormai di fronte a tanta eleganza “anti stupro” sono rassegnata. Con gli uomini va così: io mi faccio trovare con completini intimi sciccosissimi, loro con i boxer o i piagiamini azzurri che sembrano comprati dalle fidanzate di quando avevano 16 anni. Buttateli, per favore. Un minimo di pudore, che diamine. Noi donne sempre a preoccuparci di quanto seno o di quanta pancetta abbiamo, ma nessun uomo fa mai questo per me, ad esempio. Ho visto pance pazzesche! Come se di essere piacenti toccasse solo a noi. E, quel che è peggio, anche fra signore “ci misuriamo” come ci misurano i maschi. Perché siamo tutti abituati a paragonarci in una eterna gara a chi è più bello, bravo, ricco. E se invece cominciassimo a pensare a noi semplicemente come persone? Senza valutare sempre chi è meglio e chi è peggio? Allora sì che faremmo tutti un bel passo avanti.

(link articolo originale qui sopra copia-incollato)

GREEN The Film (by Patrick Rouxell)

CONSUMO CRITICO è l’unico comportamento ACCETTABILE

Green The Film, diretto dal regista del regista Patrick Rouxell, racconta attraverso i ricordi di un orango in fin di vita, l’eccezionale vitalità delle foreste pluviali dell’Indonesia, e l’avanzare della loro distruzione per fare spazio alle piantagioni di acacia e palma da olio, per la produzione di legname, carta, biodiesel, olio alimentare e cosmetico etc.

Immagini forti e poetiche di una tragedia dimenticata.
GREEN è stato giudicato il miglior lungometraggio al 7° Festival Internazionale Audiovisivo della Biodiversità ed ha ricevuto molti altri premi.

La diversità della vita sulla terra è costituita dall’insieme degli esseri viventi che la popolano. Questa diversità prende il nome di BIODIVERSITA’.
La biodiversità indica una misura della varietà di specie animali e vegetali nella biosfera; essa è il risultato di lunghi processi evolutivi. L’evoluzione è il meccanismo che da oltre tre miliardi di anni permette alla vita di adattarsi al variare delle condizioni sulla terra e che deve continuare a operare perché questa possa ancora ospitare forme di vita in futuro.
La biodiversità è intesa non solo come il risultato dei processi evolutivi, ma anche come il serbatoio da cui attinge l’evoluzione per attuare tutte le modificazioni genetiche e morfologiche che originano nuove specie viventi.
La biodiversità si può considerare almeno in tre livelli diversi:
– a livello di geni in una specie (o popolazione)
– a livello di specie
– a livello di ecosistemi
La terra è popolata da numerosi esseri viventi, animali e vegetali che non conosciamo: oggi sono state classificate appena un milione di specie, mentre le stime elaborate dai biologi vanno dai 5 ai 10 milioni.
Diventa, quindi, ancor più urgente ed importante occuparsi della conservazione di specie e ambienti che rischiano di sparire per sempre a causa dell’uomo, ancora prima di essere scoperti.
E’ noto che alcuni biomi risultano più importanti rispetto ad altri in termini di ricchezza di specie: le barriere coralline, gli estuari dei fiumi e le foreste tropicali che accolgono oltre la metà degli esseri viventi, pur ricoprendo il 6% della superficie terrestre, sono i più importanti. Perché la diversità nell’ambito di una comunità biologica possa essere considerata una risorsa deve essere caratterizzata da un adeguato numero di specie, da un’alta valenza ecologica e da un legame con le condizioni ambientali. Inoltre è necessaria un’uniforme e approfondita conoscenza dei dati di base e la disponibilità di dati recenti.
La biodiversità è l’assicurazione sulla vita del nostro pianeta. Quindi la conservazione della biodiversità deve essere perseguita senza limiti poiché essa costituisce un patrimonio universale, che può offrire vantaggi immediati per l’uomo:
– mantenimento degli equilibri climatici sia a scala locale che planetaria; infatti le specie vegetali oltre ad essere l’unica fonte di ossigeno sul nostro Pianeta, hanno anche un ruolo fondamentale negli equilibri idrici e in quelli gassosi.
– fonte di materiale di studio: lo studio della Biodiversità permette di avere fondamentali conoscenze anche per comprendere meccanismi biologici analoghi nell’uomo.
– uso sostenibile della flora per fini alimentari e medicinali: per quanto riguarda l’uso della flora per l’alimentazione c’è da dire che oggi viene sfruttata solo una minima parte delle infinite possibilità alimentari fornite dalle piante. Invece utilizzando meglio tali risorse si potrebbero soddisfare i problemi di nutrizione in molte parti del mondo, senza alterare equilibri essenziali per l’ambiente.

i 10 più grandi dittatori africani

Freedom in Africa

Freedom in Africa

Il mondo arabo è attraversato da un vento di proteste e di libertà. Popoli che si ribellano contro i poteri dei dittatori che governano da decenni. Il movimento è partito dalla Tunisia e ha subito raggiunto alcuni paesi arabi. Dei 54 paesi che compongono l’Africa, più della meta dei presidenti hanno fatto ciascuno più di 10 anni al potere, mentre una decina di loro addirittura un ventennio. Tiranni che governano paesi spesso ricchissimi di materie prime i cui guadagni provenienti dalle loro  estrazioni vengono spartiti tra una ristretta classe di dirigenti corrotti.

Ecco per ordine decrescente, la classifica dei 10 più grandi dittatori africani in funzioni da 20 anni.

10 – Meles Zenawi ( 20 anni al potere). Presidente dell’Etiopia dal 1991.

9 – Idris Debby (21 anni al potere ). Presidente del Ciad dal 1990.

8 – Omar Hassan al – Bashir (22 anni al potere). Presidente del Sudan dal 1989.

7 – Blaise Compaoré ( 24 anni al potere ). Presidente del Burkina Faso dal 1987.

6 – Yoweri Museveni ( 25 anni al potere ). Presidente dell’Uganda dal 1986.

5 – Paul Biya (29 anni al potere). Presidente del Camerun dal 1982

4 –  Teodoro Obiang Nguema (31 anni al potere). Presidente della Guinea Equatoriale dal 1979.

3 – Robert Mugabe (31 anni al potere ). Presidente dello Zimbabwe dal 1980

2 – Muammar Gheddafi (42 anni al potere ). Presidente della Libia dal 1969.

1 – La famiglia Bongo ( 44 anni al Potere ).  La dinastia dei Bongo governa il Gabon da 44 anni.

Il patriarca Omar Bongo ha governato il paese per 42 anni, dal 1967 fino alla sua morte

nel 2009. Il suo figlio Ali Bongo è al potere da 2 anni.

Questi sono Presidenti dittatori che governano i loro paesi con pugno di ferro. Ci sono molti altri tiranni con meno anni di potere. Tuttavia, non si può dimenticare quei paesi dove, anche con grande fatica, si è istaurata una democrazia con vere alternanze politiche.

La guerra per la libertà e la democrazia condotta dall’Occidente in Libia, se fosse veramente nell’interesse del popolo libico, come hanno tuonato a gran voce i paesi che lo sostengono economicamente e militarmente con la benedizione delle Nazioni Unite, ci sarebbero in Africa oggi molte altre guerre in tanti paesi e sotto la protezione dell’ONU o dell’OTAN, per cacciare via altri dittatori sanguinari. Purtroppo molti di loro sono sostenuti proprio da queste nazioni ricche e democratiche. Il colonnello Gheddafi che è combattuto oggi, era osannato e glorificato qualche mese fa dagli stessi che lo combattono. I paesi ricchi e democratici se ne fregano della liberta dei popoli africani, loro si preoccupano esclusivamente dei loro interessi e nient’altro. L’Africa non sarà mai libera con l’intervento delle potenze straniere. I rivoltosi tunisini ed egiziani non hanno avuto bisogno delle forze straniere per cacciare dal  potere Ben Ali e Mubarack, due tiranni che godevano di ogni tipo di supporto in Occidente.

Qualunque rivoluzione ( militare o democratica) che si farà nei paesi dittatoriali in Africa, dovrebbe essere prima di tutto un affare interno ad ogni paese. Solo cosi, questi paesi potranno dichiararsi veramente liberi.

Forse ho sbagliato nella mia analisi? Ditemi voi!

Jivis Tegno

Editorialista di “Informare Per Resistere”, pagina di informazione su Facebook.fr con 456.000 Fans iscritti.

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