Categoria: Economia Pagina 9 di 11

petrolio Ghanese, si inizia a estrarre

Dal settembre di questo anno, inizieranno le prime estrazioni del petrolio in Ghana. Si comincerà con una produzione di 120.000 barili al giorno, per arrivare ai 200.000 entro un anno. Le riserve petrolifere scoperte sono stimate a 1,8 miliardi di barili.

Copiryth @ Jivis Tegno
Su Facebook: Mi Piace l’Africa

biocarburanti: Brasile e Africa

Come secondo produttore mondiale di biocarburanti, il brasile è pronto ad offrire la sua tecnologia ai paesi africani che lo desiderano. Questa decisione è stata proposta ai rappresentanti dei paesi africani l’8 dicembre scorso a Vienna, durante il summit organizzato dall’Organizzazione delle Nazioni Uniti per lo sviluppo industriale (UNIDO). L’Africa dispone di un potenziale agricolo e forestale poco sfruttato. Più di 700.000 ettari di terra sono inutilizzati.

Copiryth @ Jivis Tegno
Su Facebook: Mi Piace l’Africa

Tentativi di misurare la FELICITA’

Sei felice? Domanda impegnativa, a cui, probabilmente, verrebbe da rispondere “sì” solo un paio di volte nella vita, in momenti di particolare esaltazione. Eppure, è su domande come questa che la “scienza triste”, come gli anglosassoni chiamano l’ economia, lavora per uscire dalla prigione che lei stessa si è creata: la prigione del Pil. Dagli anni ‘ 30 del secolo scorso, i numeri del prodotto interno lordo sono diventati l’ indicatore principe, a volte esclusivo, dello stato di un paese e del benessere dei suoi abitanti. Sommando la quantità e il valore dei beni e dei servizi prodotti in un paese (o, viceversa, i redditi dei suoi abitanti), il Pil è, in effetti, un efficiente termometro dello stato di un’ economia. Un solo, magico, numero, che riassume milioni di numeri e che consente di fare paragoni e confronti fra diversi paesi e diversi periodi, di misurare ritmo e entità dello sviluppo. Il problema è che il prodotto interno lordo nulla ci dice di come effettivamente viva la gente, per non dire della sua felicità. Non ci dice neanche – da solo – se è aumentato perché i ricchi sono diventati più ricchi o i poveri meno poveri. Il presidente francese, Sarkozy, ne ha fatto un motivo di campagna contro la “tirannia” del Pil, probabilmente nella convinzione (in larga misura, peraltro, errata) che indicatori diversi consentirebbero alla sua Francia di risalire nelle classifiche mondiali. Sarkozy, tuttavia, ha buone ragioni dalla sua parte: la Corea del Sud, dal 1960, ha aumentato di 200 volte il prodotto interno lordo, ma questo non ha impedito al tasso di suicidi di raddoppiare. Il Pil, insomma, fornisce un’ immagine parziale e deformata di una società. Ce lo diceva già, quarant’ anni fa, l’ indimenticato Robert Kennedy: “Il Pil misura tutto, tranne le cose per cui vale la pena vivere”. Il paradosso del Pil è nella sua natura, indifferente al contenuto: raddoppiate il numero di testate atomiche, di anidride carbonica sputata nell’ atmosfera, di bare per un’ epidemia e il prodotto interno lordo sale di conseguenza. Siamo felici, dunque? In effetti, più di quanto si direbbe a prima vista. Nei sondaggi mondiali, in media una persona ogni 6-7 dichiara di essere al “massimo livello di felicità”, concetto relativo, ma pur sempre significativo. Lavorando su questi dati, l’ economista Ruut Veerhoven, dell’ università di Rotterdam, aggiorna costantemente il suo “Database mondiale della felicità”. Da buon economista, Veerhoven non si accontenta del dato grezzo, ma lo seziona e lo manipola per spremerne il massimo. Abbiamo, dunque, un primo indicatore, che ci dà la felicità media di una popolazione (su una scala da 0 a 10). Su 142 paesi, l’ Italia è al posto 40, la Francia al 44, gli Usa al 20. Ma la felicità conta quando dura e Veerhoven ci fornisce anche la classifica degli “Anni di vita felice”, ottenuta moltiplicando il livello di felicità per gli anni di aspettativa di vita. Negli Usa sono 58, in Italia 54, in Francia 52. La felicità media, naturalmente, non è uguale per tutti e Veerhoven registra le differenze all’ interno delle singole popolazioni. Il paese in cui la felicità è distribuita più equamente è l’ Olanda. Gli Usa sono al posto 26, l’ Italia al 32, la Francia al 74, a metà classifica. L’ ultimo indicatore non può dunque che essere la felicità, ponderata per l’ ineguaglianza. I paesi che meglio combinano livello di felicità e sua distribuzione sono il Costa Rica e la Danimarca. Gli Usa fanno meglio dell’ Italia, che fa meglio della Francia. La felicità, peraltro,è un concetto sfuggente e ancor più lo è la percezione della propria felicità. Se quello che vogliamo misurare non è la potenza di fuoco di un’ economia, ma il progresso umano e civile, oltre che economico, di una società, i sondaggi non bastano. Ha detto Enrico Giovannini, oggi presidente dell’ Istat: “Reddito, ma anche lavoro, inflazione, eguaglianza economica e sociale, tempo per le relazioni umane. Molti parametri contribuiscono alla felicità, intesa non come uno stato, un fatto strettamente personale, ma una categoria più ampia di benessere, che vada oltre la mera misurazione del reddito”. E qui le cose si complicano. Negli ultimi anni, organizzazioni internazionali, come l’ Ocse e la World Bank, sofisticati think tank hanno moltiplicato i convegni volti a individuare indicatori che misurino il progresso, anziché solo lo sviluppo. Si parla di “Felicità nazionale lorda”, di “felicità economicamente sostenibile”. C’ è anche una nuova scienza apposita: la “sociestica” (o comunque vogliate tradurre il francese “sociestique”). Dietro questo spostamento di fuoco ci sono grandi trasformazioni mondiali, come la relativa diffusione dello sviluppo, che l’ ha reso una necessità meno urgente e imperativa. E anche fenomeni sociali, come l’ ubiqua ombra dei baby boomers. Dice Yoshizoe Yazuto, capo dell’ Istat giapponese: “Con i baby boomers in pensione, le attività non economiche – come i divertimenti e il volontariato – diventeranno sempre più importanti”. Festival e occasioni di impegno sociale diventeranno leve di benessere. A questo punto, però, per orientarsi e individuare un indicatore di felicità che assorba il Pil, e cioè lo sviluppo economico, senza perderlo del tutto di vista, servirebbero Aristotele o K a n t , o a l m e n o J e r e m y Bentham, piuttosto che Keynes o Malthus. Perché gli economisti ragionano sull’ astratta razionalità umana, ma l’ “homo oeconomicus” non è l’ uomo felice. Due ricercatori del Mit, Abhijit Banerjee e Esther Duflo hanno dimostrato che, spesso, i poveri non compiono scelte economicamente razionali (tipo un nuovo fertilizzante) perché temono che possano cambiare il loro stile di vita. Ovvero, i soldi non fanno la felicità. Non è il solo luogo comune, vecchio proverbio, finale di vecchio film americano, in cui ci si imbatte. Leonardo Bechetti, dell’ Università di Roma, spiega che il divario di reddito fra Nord e Sud, in Italia, non si replica in un divario di felicità. Del resto, nei paesi ricchi, il 15,84 per cento di chi risponde ai sondaggi dichiara di avere “il massimo livello di felicità”. Ma nei paesi meno ricchi la percentuale è poco distante: il 13,47 per cento. Ovvero, i soldi non sono tutto. Ancora, sempre secondo Bechetti, “le classi di reddito più alte dedicano molto meno tempo alle relazioni interpersonali, con effetti negativi sulla felicità individuale”. Ovvero, i soldi non comprano gli amici. Questo, naturalmente, dimostra solo che i vecchi proverbi e i film di Frank Capra sono veri. Ma come uscirne con qualcosa che ci dica non solo che abbiamo più soldi, ma che viviamo meglio? Il regno del Bhutan, sull’ Himalaya, è l’ unico paese in cui si calcola regolarmente l’ Indice nazionale lordo di felicità. La Fnl, felicità nazionale lorda, è come il Pil, un numero unico. E’ basato sul calcolo di indicatori sia oggettivi che soggettivi, dato che, in base ai principi buddisti, fra le due categorie non c’ è differenza. In termini semplici, significa che, se si costruisce un ospedale, si misura anche la percezione psicologica che ne hanno gli utenti. Se non aumenta o non diminuisce il loro benessere, non conta. Finora, nessuno ha seguito l’ esempio del Bhutan. Ma un tentativo ambizioso e robusto di misurare non la felicità e neanche il progresso, ma lo “sviluppo umano” è stato concepito, senza scomodare il buddhismo, poco lontano. E’ l’ Indice di sviluppo umano dell’ Onu e uno dei padri è l’ indiano Amartya Sen. L’ indice di sviluppo umano combina sostanzialmente tre fattori: l’ aspettativa di vita, l’ alfabetizzazione degli adulti e il tasso di scolarizzazione dei giovani, il Pil pro capite, a parità di potere d’ acquisto. Sen non ne era troppo soddisfatto, lo trovava semplicistico. Ma è un numero che cattura molte cose. L’ Onu lo pubblica ogni anno. Nell’ ultimo, dell’ ottobre 2009, ai primi due posti dello sviluppo umano ci sono Norvegia e Australia. La Francia è ottava. Gli Usa tredicesimi. L’ Italia diciottesima. – MAURIZIO RICCI

Articolo pubblicato su Repubblica – 14 gennaio 2010 –
qui il link

Il B&B in cui si paga con il baratto

A Porta Garibaldi, nel centro di Milano, esiste un B&B dove si può affittare un monolocale, comprensivo di cucina ad un prezzo equo, dai 90 ai 130€ a notte. La padrona di casa però, è disponibile anche a scambiare l’ospitalità con beni o oggetti che possano tornarle utili, basta accordarsi al momento della prenotazione! Geniale, ha aperto il 8 Nov 2009 e, finora ha barattato uno specchio, che attualmente arreda lo stesso B&B, in cambio di 3 notti; alcuni quadri di un giovane artista e un  sito web, sempre in cambio di 3 notti.
L’ideatrice di questa originale iniziativa si chiama Alessandra Maggioli ed è stata ispirata dal sito ww.settimanadelbaratto.it.
Questo per maggiori dettagli e indirizzo del B&B http://milano.repubblica.it/dettaglio/nel-bampb-si-barattano-letto-e-colazione-si-puo-pagare-con-oggetti-o-piccoli-lavori/1822026.
E brava Alessandra, in bocca al lupo
🙂

La globalizzazione ei suoi oppositori (di Joseph Stiglitz)

Consiglio questo libro su argomenti affini alla decrescita:
“La globalizzazione ei suoi oppositori” di Joseph Stiglitz di Einaudi tascabili, lui è stato professore di economia alla Columbia University nonche consigliere di Clinton alla casa bianca e dal 1997 al 2000 Senior e vice president e chief economist della Banca Mondiale, incarico che ha lasciato per protesta contro la crisi asiatica .Nel 2001 ha vinto il premio Nobel per l’Economia.Devo ammettere sinceramente che non è una lettura scorrevole perche a volte è molto tecnica e sarebbe meglio già avere dimestichezza con certi termini usati in economia e finanza ma vi assicuro è fenomenale leggere il punto di vista di una xsona ke ha avuto incarichi così importanti dentro alla Banca Mondiale e aiuta davvero molto a capire certi processi politici ed economici mondiali.
Ha scritto numerosi molti altri libri e penso che ne cercherò altri di questo autore ! Consigliatissimo!

ciao paola

Movimento x la Decrescita Felice

Movimento x la decrescita felice (qui il sito).
Per ulteriori info su questo movimento ke si trova qui a Torino consultate il sito vi sono articoli molto interessanti rivolti anche ai ragazzi ! e so che a torino nei mesi scorsi avevano organizzato tutta una serie di mini corsi sull’autoproduzione come fare il pane xesempio o il formaggio o sulla automedicazione, come costruire giocattoli con carta e legno di recupero etc etc

ciao paola

Un programma politico x la decrescita (di Maurizio Pallante)

Segnalo un libro intitolato “Un programma politico x la decrescita” di Maurizio Pallante.
E’ molto interessante e ho anche potuto una volta andare ad ascoltare una conferenza tenuta a rivalta presso una lista civica nata da una costola di un gruppo di acquisto (ma Pallante penso sia originario del piemonte) la copertina recita : i proventi dei diritti di autore sono devoluti al Movimento x la decrescita felice e per ulteriori info su questo movimento ke si trova qui a Torino consultate il sito (qui il link) vi sono articoli molto interessanti rivolti anche ai ragazzi ! e so che a torino nei mesi scorsi avevano organizzato tutta una serie di mini corsi sull’autoproduzione come fare il pane xesempio o il formaggio o sulla automedicazione, come costruire giocattoli con carta e legno di recupero etc etc

ciao paola

RiLegno

Rilegno, che fa parte del sistema-Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), è il Consorzio Nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno in Italia.
Di Rilegno fanno parte le imprese produttrici di imballaggi di legno, i fornitori di materia prima per la produzione degli imballaggi, gli importatori di materiale o di imballaggi legnosi.

Vademecum per Riciclare
Anche le famiglie e i privati possono trovare informazioni utili per smaltire gli oggetti di uso quotidiano e domestico (mobili rotti, oggetti di arredo, piccole cassette ecc…) di legno.

Perchè alla base dello sviluppo sostenibile c’è l’attenzione di tutti.
Rilegno promuove, in sinergia con l’azienda pubblica ed il Comune, la raccolta differenziata del legno anche da parte dei privati cittadini.

Il contributo legno è di 8 euro la tonnellata.

I rifiuti da imballaggi (cassette per l’ortofrutta, piccoli contenitori alimentari in legno, pallet, imballaggi industriali) e le frazioni merceologiche similari, ovvero tutti quei rifiuti ingombranti (mobili rotti, porte, infissi, ecc.) che sono stati assimilati alla raccolta dei rifiuti da imballaggi di legno.

qui il link al sito del consorzio “RiLegno”

…articolo da finire…

“il discorso dello schiavo” di Silvano Agosti

Un discorsino chiaro e semplice che aiuta a mettere ordine nei pensieri…
breve ma forte.
Consiglio vivamente di ascoltarlo bene…è un bell’invito a riflettere sullo stato della nostra società…

No shopping for one year

Si può dare un calcio al consumismo e rinunciare per un intero anno a comprare vestiti, scarpe, borse… vizi e vezzi di tutte le donne??
Se guardiamo nei nostri armadi non potremmo essere in grado di vestirci degnamente per un anno senza ricorrere ai negozi?
Molte delle cose che siamo indotti a comprare non sono assolutamente inutili?
Ci pensavo da un pò e ho deciso di intraprendere questo progetto – No shopping for one year – e a condividerlo con tutti voi.
E’ vero forse che niente è più utile del superfluo però possiamo rinunciare a spendere soldi per un pò per cose delle quali potremmo fare assolutamente a meno e vedere come cambiano le nostre priorità.
Io ci provo, 1 anno di assenza dai negozi per comprare l’ennesimo paio di jeans, orecchini, cappotti, scarpe (aimè) e altro.

In questo lungo anno di dieta potrò spendere solo per beni di prima necessità che x me sono: cibo, biglietti (aerei, treni, spettacoli, cinema),cd, musica, carta da culo e affini.
La mia idea si chiama riciclo e creatività.
Comprerò solo quei materiali che mi consentono di dare una nuova vita alle cose che già ho e che altrimenti non userei…semplice.
Sarà dura ma dopo essermi resa conto di aver speso nel 2009 i soldi che mi avrebbero fatto fare quel viaggio in Argentina e quel viaggio in Africa che vorrei tanto fare mi sono resa conto che posso rinunciare allo shopping compulsivo per indirizzare le mie risorse verso cose più utili.
Ciao a tutti e non dimeticate di lavarvi…

Pagina 9 di 11

Powered by Cubosphera.net